Hai un sito. Magari è anche bello. Ma nessuno, prima di scriverlo, ha controllato l’articolo 35 del Codice Deontologico Forense.
Lo dico senza girarci intorno: la maggior parte dei siti di studi legali che vedo in Italia viola almeno un punto del Codice. Non per malafede. Perché chi li ha scritti — un nipote smanettone, un’agenzia generalista, a volte l’avvocato stesso di notte — non sapeva che esistesse una regola specifica per come un avvocato può parlare di sé online.
E qui arriva il primo mito da smontare.
Indice
“Tanto il Codice Deontologico riguarda la pubblicità, non il sito web di un avvocato”
Falso. O meglio: parzialmente vero, e la parte falsa è quella che ti frega.
Il Codice Deontologico Forense (in particolare l’art. 35, ma anche l’art. 17 sulla corrispondenza) si applica a qualunque informazione tu diffonda sulla tua attività professionale. Il sito web rientra a pieno titolo. Non è un’area grigia. È scritto.
La regola di fondo è semplice da enunciare, meno semplice da rispettare: l’informazione deve essere veritiera, corretta, trasparente, non equivoca, non comparativa, non denigratoria e non suggestiva. Sette aggettivi. Uno solo che sgarri, e sei fuori norma.
Cosa significa in pratica, sul tuo sito
Passiamo dalla teoria a quello che vedo scritto ogni settimana sui siti degli studi legali.
Non puoi dire che sei “il miglior avvocato di Bari per il diritto di famiglia”. Non puoi dire “il primo studio per successo nelle cause di lavoro”. Non puoi promettere risultati (“recuperiamo il tuo credito, garantito”). Non puoi paragonarti ad altri colleghi, nemmeno in modo implicito (“a differenza di altri studi, noi…”). Non puoi usare loghi di associazioni o riconoscimenti che non hai davvero ottenuto, o citarli in modo da farli sembrare più autorevoli di quello che sono.
Puoi, e qui molti si stupiscono di quanto margine c’è. Puoi elencare le tue aree di pratica. Puoi descrivere la tua esperienza con numeri veri (anni di attività, numero di cause seguite, se puoi documentarli). Puoi pubblicare contenuti informativi — guide, spiegazioni, aggiornamenti normativi — perché educare non è promettere. Puoi mostrare le tue credenziali reali: albo, specializzazioni, titoli accademici. Puoi raccontare casi trattati, in forma anonimizzata, se lo scopo è informativo e non promozionale.
La linea di confine, se vuoi un modo semplice per ricordartela, è questa: descrivere è permesso, promettere no.
Perché questo non è un dettaglio da avvocati pignoli
Potresti pensare: “chi controlla davvero un sito web?” Buona domanda. La risposta è: il tuo Ordine, se riceve una segnalazione. E le segnalazioni, in un mercato competitivo come quello legale, arrivano più spesso di quanto pensi — spesso da altri colleghi.
Le conseguenze non sono simboliche. Si va dall’avvertimento al procedimento disciplinare, con sanzioni che in alcuni casi arrivano alla sospensione dall’esercizio della professione. Per una frase scritta male in una pagina “Chi siamo”.
Non è un rischio teorico. È un rischio che si materializza da un form di contatto compilato da chiunque, incluso un concorrente scontento.
Il problema vero: chi scrive i contenuti per il tuo studio legale non lo sa
Qui arriva la parte scomoda per il settore in cui lavoro.
Le web agency generaliste — quelle brave a fare siti per ristoranti, dentisti, idraulici — applicano agli studi legali le stesse tecniche di marketing che usano per tutti gli altri. Superlativi, comparazioni, promesse di risultato. Funziona benissimo per un ristorante. È vietato per un avvocato.
Il risultato è un sito che sembra professionale, magari converte pure, e che espone lo studio a un rischio disciplinare che nessuno ha calcolato.
È il motivo per cui AvvoUp, web agency specializzata in studi legali verifica la conformità deontologica di ogni contenuto prima della pubblicazione. Non è una frase da brochure: è un passaggio che, semplicemente, le agenzie generaliste non sanno nemmeno che esiste.
Cosa controllare, prima di pubblicare i contenuti per il tuo studio legale
Se hai già un sito e vuoi fare un controllo veloce, chiediti:
- C’è un superlativo da qualche parte (“il migliore”, “leader”, “numero uno”)?
- C’è una promessa di risultato, anche velata (“garantiamo”, “otterrai sicuramente”)?
- C’è un confronto, anche indiretto, con altri studi o avvocati?
- I numeri che citi (anni, casi, percentuali) sono verificabili, o sono lì “per fare bene”?
- Le testimonianze dei clienti, se ci sono, rispettano la riservatezza e non sono usate come garanzia di risultato?
Se hai risposto sì a una di queste, non è la fine del mondo. È solo il momento di riscrivere quella frase… o di affidarti a noi per lo sviluppo di un nuovo sito web.

